L’arte di Monica Maria Seksich. Un romanzo di oggi, un classico del futuro.

di Rita di Mascio

Avvicinarsi alle creazioni di Monica Seksich è come aprire un libro. Un romanzo d’oggi, un classico del futuro, un corpus unico che si presta all’antologizzazione delle singole tessere ma che meglio si assapora nella complessità del tutto. Le sue opere mischiano pratiche differenti che richiedono tempi di lettura diversi intervallando a una visione lenta fulminanti magnetismi da respirare a fondo, nell’immediatezza d’un sol fiato, in un singhiozzo che riscuote la coscienza a distanza, in modo inatteso e ossessivo.

Su plexiglass, tela, stoffa, vetro e utilizzando terra, acrilico, smalti, oro, argento, rame rappresenta piccoli diamanti di piacere visivo ora visionari, ora di forte impatto cromatico o percettivo, ora di andatura melodica tale da richiamare possibili associazioni musicali. Una nozione totalizzante dell’arte mistica e wagneriana proietta lo sguardo dell’uomo in un passato remoto e primordiale, un passato in cui non esisteva arte nominativa ma il singolo talento contribuiva a perseguire i misteri. Per Monica Seksich su tutti troneggia quello del femminino.

Un ritmo tribale si insinua nella testa mentre planimetrie di donna stilizzate su campitura piatta accostano il ricordo al sogno e il sogno alla vita. I caldi colori della terra riempiono la bidimensionalità di un contenutismo simbolista, spirali di serpenti avvolti in veneri ante-litteram, arrampicati su totem di richiamo aborigeno e custodi nelle volute di una sinuosa sacralità di donna appartenente ad un passato epico evocano la forza generante-rigenerante del ventre materno, tempio cultuale e forza ospitale. Segni e simboli linguistici, matrici di parole e studi etimologici accompagnano questo abbraccio naturale di donna reso dal tratto o dagli elementi decorativi. Yin e yang nei volti, nelle figure geometriche, giocati tra tinte scure e colori primari (un déjà vu quando ad opporsi sono l’arancio e l’intenso azzurro dei lapislazzuli tanto caro ai frescanti rinascimentali) sono un dagherrotipo in cui il bianco e nero rappresentano toni complementari e indispensabili nella riproduzione della realtà, completezza nell’armonia degli opposti, conciliazione tra l’anima dell’uomo e l’animus della donna. Quadripartito come il cuore incorniciato o tenuto in catene, pluripartito come in un antico centone -moderno patchwork– o in assemblage di oggetti in valigia, l’ancestrale “eterno femminino”, che aleggia sulla materia colorata, è pienamente espresso nel repertorio dei miti classici riletti partendo da profonde consonanze interiori avocate a sé dalla loro appartenenza alla Gran Madre. Un processo di indiamento che nel suo assunto unificatore può avvenire indifferentemente in figure angelicate o paralizzante Medusa.

“Velvet Venus” © Monica Maria Seksich (2009-2016).

“Velvet Venus” © Monica Maria Seksich (2009-2016).

Dondola nella testa uno swing anni ’20 mentre autoritratti mettono l’artista a nudo, e non solo metaforicamente, con linee e colori che richiamano alla mente i poster pubblicitari dell’art nouveau. Un eleganza finemente estetizzante e una preziosità bizantineggiante sono giocate dalla brillante cromia della foglia d’oro, il rosso e il nero. Su di essi si adagia il corpo niveo ma non diafano di donna, una siluette nitida accesa da dettagli di fuoco e fetish che compensano con una sensuale fisicità l’estrema essenzialità della volumetria.

Sullo sfondo appaiono versi in dedicazione, anima parlante di un corpo svestito, citazioni melodiche o piccoli poemi di personale inquietudine che scorrono sul margine scuro come titoli di coda mentre collages evocano idee occidentali su nipponico-orientale ascendenze e la musica si dilata in ipnotiche strutture ricorsive del rock anni ’70.

È però nel digital painting che Monica Seksich fa del vero avanguardismo lasciando mescolare l’anarchia dei colori in macchie, graffiato, cerchi, miodesopsie iridate e bagliori luminosi alla poesia visuale. Qui la gamma dei colori si amplia, la fotografia ne è imprigionata e la parola enunciata in immagini plasma visioni e tallona figure simbolicamente ricorrenti. Torna, attualizzata, l’idea della divinità femminile, è fieramente signora nella sua forza, energica e sacrificale, è nobilitante, salvifica e distruttrice, maga e speculare, è se stessa e altro da sé, pericolosa e attraente, oppositività unificata nel Rebis. Attorno a lei gravita la figura maschile, un eroe contemporaneo, incarcerato in antiche leggende, solo una volta concretizzato in immagine.

Si rincorrono nelle orecchie musiche psichedeliche, melodie classiche e jazz, sonorità orientali e molto ancora, cartoline da un immaginario che fu, mentre l’occhio condensa interpretazioni esoteriche, massonica sapienza velata, nudità virtuosa e sindone di resurrezione, figure oscure dei tarocchi e capacità divinatorie, in una sinestesia che è economia dell’immagine, sforzo intellettivo e abbandono emozionale assieme.

L’artista piega il linguaggio dei pixel e delle moderne tecnologie ad una vertigine senza tempo e, servendosi di giochi di parole, proietta l’arte nel futuro imbragandola, ai due lati della corda, con un nodo di sicurezza fatto d’anima, coscienza, cuore.

Ai quadri di Monica Seksich si deve il merito e la libertà di ricominciare discorsi interrotti da altri personalizzandoli in una visione tutta peculiare. Alle sue sperimentazioni artistiche non si può non attribuire un’originalità di forma e contenuto che mette l’osservatore in condizione di sospendere i principi di non contraddizione, rompere le regole di qualità, quantità, causalità e aprire le porte della percezione. Sarà forse per questo che le sue opere hanno la piacevolezza di una storia da leggere e l’intensità di una storia da raccontare.

In un angolo della mente, nel frattempo, Euterpe continua a suonare il suo cosmo e le sue note sono storia, nostalgia e mito

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