Epitome del femminino. Ritratto di Dea

di Roberto Caravella
Siamo in tanti; il web è affollato come una piazza di Pechino alle  otto del mattino, ma forse anche più. Anzi di certo, ovviamente. Un luogo immenso come il paradiso in cui ognuno è chiuso nel suo bozzolo ovattato di pensieri,  smarrito fra le sue nuvole di ipotesi del ” là, fuori”. E nel fuori ognuno di tanto in tanto fa capolino tra le icone e le finestre pensandosi raggio di sole, lampo, scroscio di pioggia o burrasca di sentimenti. Tutto viene esternato nel web quasi fosse un confessionale universale di una fede cieca in una religione nuova fondata su un sincretismo di sacra laicità in cui quasi tutti credono . Ma la fede è soprattutto nel segreto e nella libertà di quel segreto che si crede di avere piuttosto nel web che non a casa propria; come dire che solo tre persone a casa tua, di te, ne sanno meno dei venti miliioni di utenti.

Ma non soltanto questo è il web, per fortuna, non è soltanto cagnolini abbandonati, vetrine addobbate di ogni sorta di pensiero , riflessione, attacchi, insulti o noie e disillusioni. Non è soltanto un riflettore targato Vanitas Vanitatum della “et Omnia Vanitas & C”.

Oltre il salottino delle chiacchiere senza fine e senza perchè ci sono isole nascoste e persone che cantano sommessamente il carmen antico del crisma; quel regalo che per chi lo riceve èuò essere persino una sorta di maledizione, un peso da portare come un asino sacro. L’arte, quella che chiamiamo così in realtà non la si conosce bene come la parola che amiamo pronunciare nei salotti o per far bella figura. L’arte, questa ormai sconosciuta e obsoleta parola che nell’immaginario di chiunque ha lo stesso peso di una nave interstellare: tonnellate di espressioni incomprensibili che piacciono più per l’estetica che per ciò che l’esteriorità di essa esprime. Ancor più la cultura che, sempre nell’immaginario collettivo deve essere non monumentale ma epica perchè incuta timore reverenziale e rispetto incondizionato.

E allora ci si domanda: ma chissà se qualcuno ha riflettuto mai, negli ultimi decenni, che l’Arte è talmente profonda perchè si fa tra la cucina e il bagno, ed è lieve quanto uno zeffiretto ma porta in se spesso il segno della sacralità anche quando ti fa sorridere o ti lascia perplesso, purchè l’artista non si identifichi mai con la propria arte.

Ho conosciuto artisti di ogni sorta d’arte, qui nel web, e ora mi sono deciso a raccontarvela tutta. Io credo che tutti noi dovremmo cominciare da qui per iniziare la grande rivoluzione del III Millennio. Invece di parlare di sciocchezze d’ogni sorta, cominciamo a vedere oltre che guardare; cominciamo a scambiare pareri che siano nostri veramente e parliamone con tutti ma solo per “apprendere” di più. I commenti troppo veloci sono forse gratificanti ma non più di una caramella che in pochi minuti si scioglie in bocca, lascia un buon sapore e poi tutto passa. Comincio io, e faccio finta di essere sul triclinio rallegrato dalla vostra compagnia, da ottimo cibo, dall’inebriante vino e dal suono dei miei musici traci. Vi presento una Dea, anzi una doppia dea. Se usciamo dal torpore a cui ci sottomette questa piccola finestra sul sogno scopriamo che di artisti ne esistono ancora come colui anzi colei che ha partorito questa piccola icona che è una vera epitome della deità da Fabullus a Klimt. Bisogna che la guardiate bene non perchè voglia convincervi di avere dinanzi una novella Artemisia Gentileschi ma perchè vorrei convincervi del fatto che l’arte – anzi l’Arte – è qui fra noi ma non ne parliamo mai.  Per timore, per noncuranza, per superficialità? Forse. Monica Maria Seksich è un’artista che non conoscevo e che ho conosciuto proprio qui nell’etere globale. Subito mi hanno incuriosito le sue opere sempre intrise di simbolo, di richiami ancestrali e sempre imperniate su un concetto che – ai maschi duri che non devono mai chiedere nulla –  sembra autocelebrativo ma che tale non è: la femminilità. Eccola, questa dea presentata come un dio Giano che, anzichè bifronte nel senso della orizzontalità si fa doppio nella verticalità. Centro di questa opposizione simmetrica, il ventre. Come un nastro di Moebius tende all’infinito passando da una dimensione all’altra senza soluzione di continuità: qui e altrove al tempo stesso: condizione primaria del femminino. Dunque un procedere dall’alto verso il basso ma anche dal basso verso l’alto come una pianta. E, come una pianta, questa dea innocente e sensuale si slancia attraverso un moto spiralico come se cercasse di seguire il corso del sole verso l’alto o le rivoluzioni argentate della luna verso il basso. Acqua e Aria dunque perchè questa dea la terra e il fuoco le contiene già dentro di se’. E lo si comprende dai graffiti che ne graffiano le forme come a ricordarci del tempo, infinito che ferisce ma non cancella. Così il fuoco. Quel rosso fumante e striato cui essa guarda per un verso ma gli volta le spalle per l’altro è un fuoco interiore, trasparente, umido ma vivo e lucente. Ci si può guardare attraverso come quando da bambini guardavamo attraverso il fragile vetro delle palle dell’albero di Natale. Tutto si tingeva di rosso, tutto appariva nuovo ed eccitante, inebriante e amplificava il senso di neccitazione della festa. Si scopre dunque che questa duplice dea di Monica Maria sembra indicarci la strada attraverso cui scoprire che l’arte si gusta con gli occhi ma si assaggia con l’udito, si ascolta col tatto ma si vede con la bocca. Questo duplice femminino sembra ri-solvere  i suoi emblemi in una continua operazione alchemica di dissoluzione e coagulazione, tra opera al nero e opera al rosso, tra morte e resurrezione. Ma è anche lieve ed ironica poichè questa dea gioca anche con l’illusione della carta da gioco in cui la regina è sempre regina, sempre donna, comunque la si rivolti. Inafferrabile dea  “pensata” e mai dimenticata è lì e ti sorride mentre ti scruta e quel suo sguardo impenetrabile e sibillino è fascino ma è timore, è invito ma anche monito.

Ebbene cari amici, non sono certo un critico d’arte, non ne ho la pretesa ne la competenza, eppure ho voluto esprimere ciò che ho percepito con i miei sensi. Mi scusino coloro che troveranno da ridire su queste mie impressioni, ma vi esorto tutti a vincere il torpore e iniziare a fare lo stesso anche voi. Utilizziamo questo mezzo per comunicare veramente, per crescere, per scoprire, per comprendere non per starnazzare ogni giorno futilità e soltanto quelle. Molti di noi, e parlo di quelli come Monica o io stesso, che viviamo di quest’arte, hanno la necessità di offrire le loro opere al mondo e non importa che questo sia piccolo o immenso. Ciò che conta per un artista non è la fatidica “pacca sulla schiena” che porta gratificazione, no. Un’opera d’arte  per un artista è come un figlio, è qualcosa che è stato dentro di te per tanto tempo, che ami ma che poi appartiene al mondo. E il mondo lo riceve come un regalo e pertanto deve essere sempre riconoscente a chi gli dona un pezzo della sua anima come cura ai mali del mondo.  D’ora in poi se vedrete postata un opera di Monica Maria Seksich, o di altri artisti, soffermatevi un momento in più del necessario e domandatevi se oltre a “bello”, “mi piace”, sapete formulare dentro di voi un concetto che vi chiarifichi che cosa “realmente” è bello di quella o di altra opera. Oltra la forma e l’estetica c’è sempre dell’altro, dietro l’icona ci sono moltitudini di mondi che solo l’Arte sa far scorrere attraverso l’umanità e il tempo.

Vivete felici

Roberto Caravella

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